L’esplorazione della Fossa delle Marianne: le persone che sono scese nel punto più profondo del Pianeta.

L’esplorazione della Fossa delle Marianne: le persone che sono scese nel punto più profondo del Pianeta.

Nel corso della storia, sono stati pochi i mezzi umani ad aver raggiunto le profondità dell’abisso Challenger, situato nella fossa delle Marianne a quasi 11.000 metri sotto il livello del mare. L’impresa pionieristica è stata compiuta nel gennaio del 1960 dal batiscafo Trieste, un mezzo di costruzione italiana.

L’esplorazione delle profondità marine è sempre stata una sfida estrema per l’umanità. Fino a meno di settant’anni fa, le tecnologie disponibili non permettevano di scendere a poche centinaia di metri al di sotto della superficie. Tuttavia, i rapidi progressi scientifici e tecnologici hanno reso possibile l’esplorazione degli abissi oceanici.

Il batiscafo Trieste è stato il primo mezzo a raggiungere l’abisso Challenger, e la sua impresa è stata fondamentale per la nostra comprensione di questi ambienti estremi. Negli anni successivi, altri mezzi e spedizioni hanno sfruttato le nuove tecnologie per esplorare anche altre aree dell’oceano.

L’importanza di queste spedizioni non riguarda solo la scoperta di nuove specie e ambienti, ma anche la comprensione di processi geologici e biologici fondamentali per la nostra comprensione del pianeta. Siamo solo all’inizio di questa avvincente esplorazione delle profondità marine, e il futuro ci riserva sicuramente nuove sorprese e scoperte incredibili.

La fossa delle Marianne e l’abisso Challenger: le due profondità marine più estreme del pianeta

Nel corso degli anni Novanta, veicoli senza equipaggio hanno raggiunto il fondale, ma è stata nel

La fossa delle Marianne è la depressione oceanica più profonda della Terra. Si trova nell’Oceano Pacifico settentrionale, tra Giappone, Filippine e Nuova Guinea, vicino alle Isole Marianne. Si estende per oltre 2.500 km a forma di mezzaluna ed è collocata all’incontro tra due placche tettoniche, quella del Pacifico e quella delle Filippine. Il suo punto più profondo, chiamato abisso Challenger, raggiunge oltre 10.900 metri sotto il livello del mare.

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Fu scoperta nel 1875 dalla nave inglese Challenger durante una fondamentale spedizione scientifica che fondò l’oceanografia moderna. La Challenger stabilì che la profondità era di 8.184 metri. Nel 1951 un’altra spedizione inglese scoprì l’abisso Challenger e ne misurò la profondità, stabilendo che raggiungeva i 10.863 metri. Successive rilevazioni hanno corretto questa misura: oggi sappiamo che l’abisso è diviso in tre bacini, occidentale, centrale e orientale, e che la profondità massima è di 10.902-10.929 metri.

Ma, come è stato possibile calarsi tanto in profondità per rilevare queste misure così accurate?

La grande e affascinante sfida delle profondità marine

000 metri sotto il livello del mare.

Negli anni ’50 e ’60 l’uomo compì grandi progressi nel campo dell’esplorazione. Si iniziarono ad avventurare nello spazio con il lancio del primo satellite artificiale nel 1957 e l’invio del primo uomo nello spazio nel 1961. Sulla Terra, le montagne più alte vennero scalate per la prima volta: l’Everest nel 1953 e il K2 l’anno successivo. Nel 1957 fu costruita anche una base di ricerca permanente al polo Sud.

Scendere negli abissi degli oceani rappresentava una sfida affascinante e di grande importanza scientifica, ma estremamente difficile. Era necessario costruire mezzi appositi, in quanto i sottomarini tradizionali non potevano scendere oltre qualche centinaio di metri al di sotto della superficie. I mezzi dovevano essere in grado di resistere alla forte pressione dell’acqua a grandi profondità. Negli anni ’30 furono sperimentate le batisfere, delle sfere di acciaio calate con una corda da una nave e legate ad essa durante tutta la discesa. Nel 1934 una batisfera raggiunse la profondità di 923 metri, all’epoca un vero record. Tuttavia, per andare ancora più in basso, un nuovo tipo di veicolo era necessario.

Scendere in profondità con un mezzo di trasporto subacqueo: l’importanza dei batiscafi

L'assemblaggio finale è avvenuto presso i cantieri di Castellamare di Stabia.

Dopo la Seconda Guerra Mondiale vennero sviluppati i primi batiscafi, veicoli sommersi dotati di propulsione autonoma grazie a motori elettrici. Il primo batiscafo, costruito nel 1948 da un ingegnere italiano, affondò dopo una riuscita immersione. Nello stesso anno, un ingegnere svizzero di nome Auguste Piccard costruì un altro batiscafo, chiamato FNRS-2, che ottenne maggior successo. Questo mezzo venne acquistato dalla Marina Francese e, dopo essere stato ricostruito, nel 1954 raggiunse la profondità di 4.000 metri durante una missione al largo delle coste del Senegal.

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e la sua incredibile esplorazione nel profondo dell’oceano oltre la Fossa delle Marianne

Nel frattempo, mentre mi trovavo a Trieste, ho avuto l’opportunità di progettare un nuovo batiscafo particolarmente innovativo. Esso era costituito da una camera riempita di benzina, che garantiva il galleggiamento grazie alla sua minore densità rispetto all’acqua. Al di sotto di questa camera, si trovava una sfera di acciaio in grado di ospitare comodamente un equipaggio di due persone. La sfera, dotata di pareti spesse oltre 12 cm e di un piccolo oblò in plexiglass, rappresentava l’unico materiale trasparente in grado di resistere alle notevoli pressioni subacquee.

La costruzione di questo straordinario batiscafo ha coinvolto diversi contributi italiani: la sfera è stata prodotta dalle acciaierie di Terni, mentre il resto dello scafo è stato realizzato dai cantieri navali di Trieste. L’assemblaggio finale è avvenuto presso i cantieri di Castellamare di Stabia. Il batiscafo, che ha preso il nome di Trieste, è entrato ufficialmente in funzione nel 1953 con la sua prima immersione al largo dell’isola di Capri.

Nel 1958, il Trieste è stato acquistato dalla marina degli Stati Uniti, che ha provveduto a sostituire la sfera di acciaio. Successivamente, il batiscafo è stato impiegato per esplorare la famosa fossa delle Marianne, rappresentando un’importante tappa nello studio delle profondità marine.

Una spedizione che affronta la discesa nella fossa delle Marianne

Il 23 gennaio 1960, il batiscafo Trieste, progettato da Jacques Piccard, figlio di Auguste, si immerse nell’abisso Challenger. A bordo c’erano due persone: Jacques Piccard e Don Walsh, capitano della marina statunitense. La discesa avvenne a una velocità media di 0,9 metri al secondo e durò poco meno di cinque ore. Il Trieste raggiunse la profondità di 10.900 metri toccando il fondale del bacino occidentale dell’abisso. Durante la discesa, Piccard e Walsh comunicarono con la USS Wandank ma dopo 20 minuti, a causa del cedimento di uno strato del plexiglass dell’oblò, dovettero iniziare la risalita, che durò 3 ore e 15 minuti. La missione si concluse con pieno successo.

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Sul piano scientifico, la scoperta più importante sembrò essere l’avvistamento di alcune sogliole nei pressi del fondale. Tuttavia, successivamente si scoprì che Piccard e Walsh avevano probabilmente scambiato delle piante marine per le sogliole.

Le esplorazioni successive condotte sull’Oceano: James Cameron e Victor Vescovo

Negli ultimi anni, dopo un lungo periodo di inattività, le esplorazioni nella Fossa delle Marianne sono riprese con grande intensità. Nel corso degli anni Novanta, veicoli senza equipaggio hanno raggiunto il fondale, ma è stata nel 2024, con la discesa del regista canadese James Cameron a bordo del batiscafo Deepsea Challenger, che si è avuta una nuova immersione umana.

Cameron, famoso per i suoi successi come Titanic e Avatar, ha dimostrato ancora una volta la sua passione per le esplorazioni marine, trascorrendo due ore e mezza nel bacino orientale dell’abisso prima di risalire alla superficie.

Le esplorazioni sono proseguite negli anni successivi, portando a importanti scoperte e risultati scientifici. Nel 2024, ad esempio, il miliardario texano Victor Vescovo è riuscito a raggiungere il fondale della fossa, contribuendo ulteriormente alla nostra conoscenza delle profondità marine.

Grazie a queste missioni, sono stati individuati e studiati nuovi microrganismi e piante marine, arricchendo così il nostro bagaglio di conoscenze sulla vita negli abissi oceanici.